Ieri sera chiacchieravo con mamma, ad un'ora in cui tutti erano andati a dormire - gatta compresa - e noi ce ne stavamo beatamente in cucina a respirare l'aria fresca della notte. Fra il profumo del sugo domenicale e le orecchiette bellamente disposte sulla tavoletta di legno, la conversazione si è stranamente incentrata sulle mie amicizie, o meglio, sulle mie non-amicizie.
Tante persone sono entrate nella mia vita condividendo con me momenti importanti, altrettante sono uscite più o meno improvvisamente, lascendo languire un rapporto che ostinatamente ho cercato di tenere in vita. Sono fermamente convinta che le ragioni di certe amicizie risiedano nelle particolari condizioni che si vivono in quel momento - interessi comuni - e che una volta cessate, non si abbia più bisogno di continuare a percorrere quel pezzo di strada insieme.
Sarò cinica, ma è così.
Ma il motivo potrebbe essere anche un altro. Ossia potrebbe anche darsi che le persone finora incontrate non avessero poi così tante affinità con me, che non ci fosse quel comune sentire e pensare che lega gli esseri umani oltre ogni limite geografico.
Me lo ha fatto capire un'amica con cui sono sicura avrei un rapporto ancora più bello se non fosse per la distanza che ci separa. Una ragazza che si sente un pesce fuor d'acqua come me ma che fortunatamente nuota nel mio stesso laghetto.
Se fosse proprio così vale la pena di tentare, e di riaprire un varco in quella fortezza issata per non soffrire.
Si, ne vale la pena.